Succede che con il Decreto Dignità il Governo rimette mano alla disciplina dei licenziamenti, introdotta qualche anno fa (era il 2015) con il c.d. Jobs Act, e viene rivista quella regola che dice che in caso di licenziamento (illegittimo) il lavoratore ha diritto a una indennità minima, commisurata all’anzianità di servizio, e comunque non inferiore ad un certo numero di mensilità. Prima erano 4 e non più di 24 mensilità, e con il Decreto Dignità diventano 6 e al massimo 36. La modifica era stata accolta come di scarsa importanza, perché aveva un qualche impatto solo su qualche caso, e cioè su vertenze con lavoratori licenziati prima dei tre anni dall’assunzione. La legge, infatti, stabilisce un meccanismo indennitario fisso, che prevede il pagamento di due mensilità di retribuzione per ogni anno di anzianità di servizio, con un minimo di 4 (ora 6) e un massimo di 24 (ora 36) mensilità. L’innalzamento a 36 mesi dell’indennità massima – si diceva – non avrà chissà quale impatto, perché per arrivare a 36 mesi si doveva aver maturato almeno 18 anni di servizio ed essere stati assunti dopo il 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del Jobs Act. E i più pensavano: chissà quante altre volte, prima di arrivare ai 18 anni, questa legge sarà modificata…

Poi succede che mercoledì scorso la Corte Costituzionale dichiara incostituzionale quella parte del Jobs Act che stabilisce l’indennità di licenziamento in misura fissa: non è giusto – dice la Corte – che l’indennità che spetta in caso di illegittimo licenziamento sia determinata sulla base dell’unico parametro dell’anzianità, ovvero di quanti anni il lavoratore ha lavorato in azienda. E’ irragionevole – scrive la Corte – che l’indennità sia fissa e solo basata sull’anzianità e, quindi, per quella parte, la legge va dichiarata incostituzionale. Quindi? Quindi, tutti quelli che sono stati assunti con le nuove regole (il c.d. contratto a tutele crescenti), a far data dal 7 marzo 2015, avranno diritto, nel caso in cui siano licenziati ingiustamente, ad una indennità non più fissa, ma variabile tra 6 e 36 mensilità! Molto di più di quanto possono pretendere quelli assunti prima del Jobs Act, che hanno diritto a una indennità variabile tra 12 e 24 mensilità, e che prima della sentenza della Corte Costituzionale si potevano ritenere, a buon diritto, molto più tutelati rispetto ai più “giovani” colleghi (quelli assunto dopo). Nota di colore: la sentenza della Corte interviene su una questione riguardante il licenziamento di un dipendente che aveva impugnato il proprio licenziamento con l’assistenza della Cgil.

Due considerazioni. La prima è facile: come si può fare impresa in un Paese in cui da un giorno all’altro le regole cambiano in questo modo? Se sei un imprenditore, quello di cui hai bisogno è di regole certe, e di costi prevedibili. Se ci sono, investi, e sei disponibile a prenderti i rischi di ogni impresa. La seconda: quest’anno vengono a scadenza gli sgravi triennali di più di un milione di contratti a tempo indeterminato avviati nel 2015. A chi assumeva a tempo indeterminato nel 2015 si era detto: assumete, per 3 anni il costo del lavoro sarà ridotto, e poi comunque potrete valutare se mantenere in forza il personale o recedere pagando una indennità fissa. Ora l’indennità fissa non c’è più, e si rischia di pagare fino a 36 mesi. Si dirà ok, ma è meglio così per i lavoratori: vero, certamente vero, ma chi crea occupazione? Le imprese o qualche mago (da intendersi anche nel suo significato dialettale)?